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Gian Mario
27/03/2008
Tibet, Himalaya, Lhasa, Everest e ancora il Dalai Lama, il peculiare Buddismo tibetano: sono luoghi, persone, culture cari all’occidente. Intere generazioni di artisti, di scrittori, di poeti, gruppi di giovani e meno giovani li hanno conosciuti e apprezzati. Da essi emana un fascino e un respiro autentico frutto di una tradizione e di una cultura millenaria, pacifica, profonda, che fa bene all’umanità intera nella sua feconda diversità.
Siamo amici del popolo Cinese. Abbiamo importanti relazioni economiche e commerciali, progetti di cooperazione. Padre Matteo Ricci, maceratese, gesuita, secoli or sono aprì la cultura cinese a quella occidentale e quella occidentale a quella cinese. Ancor oggi lo scambio culturale è al fondamento dei rapporti di cooperazione.
Un nostro palazzo regionale abbiamo voluto nominarlo in cinese: Li Madoun in nome di Matteo Ricci nella lingua del paese che egli amò fino al termine della vita.
Anche per questa profonda amicizia riteniamo radicalmente sbagliata la repressione in corso contro il popolo tibetano, contro i monaci, contro i cittadini. L’azione repressiva in corso è violentissima, ha già prodotto troppi lutti; si inserisce nel tentativo di cancellare, con una politica di assimilazione e di dura repressione, questo patrimonio umano e culturale importante per tutto il mondo.
Il Dalai Lama ha chiarito: il Tibet non vuole la seccessione e l’indipendenza cerca un’autonomia che gli consenta di continuare ad essere un popolo della cina con i suoi distinti tratti culturali, civili, religiosi. Esistono in Cina altre realtà che godono di un’ampia autonomia, negarla ai tibetani non è comprensibile né possibile.
Bisogna fermare la sanguinosa repressione, affermare, nella maniera più decisa, l’obbligo del rispetto dei diritti umani, per tutti, in ogni dove.
Non siamo contro il popolo cinese. Siamo accanto al popolo tibetano: nella sua lotta per la libertà, nella sua lotta per esistere come comunità.
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